Paul Mesnager

Paul Mesnager, La Ménagerie. Testo a cura di Stefania Dubla
Sito web dell’artista: http://www.paulmesnager.com/
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La mente, prima della formulazione del pensiero in linguaggio convenzionale, viaggia per formule universali, arcaiche e archetipe, che solo successivamente ad una rielaborazione concettuale analitica dell’intelletto giungono al processo, prima ancora che comunicativo, esplicativo della parola.

Il sogno è ciò che di più primordiale resta del nostro antico approccio alla conoscenza sensibile. Sarebbe forse meglio dire che nel ricordo del sogno si attuano quelli che sono i nostri quotidiani conflitti tra lo stato di fatto di una conoscenza acquisita sensibilmente e lo sforzo dell’elaborazione di essa in un linguaggio convenzionale, in primo luogo, comprensibile a noi stessi, che solo successivamente viene formulato e adattato ad una comunicazione di massa. L’esperienza onirica che viviamo sensibilmente, pur attuandosi in una dimensione interamente mentale, si scontra, sgretolandosi, con lo sforzo fatto al risveglio di una elaborazione linguistica del vissuto costituitasi invece per sensazioni ed immagini ripescate dal nostro repertorio primordiale, che in quanto tale ci troviamo incapaci a codificare.

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Come in un sogno o, meglio, come al risveglio, le immagini qui riprodotte difficilmente sono definite e al contrario si presentano evanescenti, sfocate, in lotta tra il risucchio del buio e la potenza esplosiva della presenza viva dell’oggetto che libera luce. La Ménagerie è il diario di bordo di un viaggio compiuto all’insegna dell’ascolto dei propri sensi, di un ritorno al nostro sistema arcaico di approccio al mondo senza alcuna volontà di estraniazione dal tempo né dallo spazio contemporaneo. È il ricordo di una visione moderna. La fotografia di Paul Mesnager non è quella di un reporter né si pone come esperienza individualistica che estranea lo spettatore dal proprio vissuto privato. Al contrario, si tratta di una fotografia senza soggetto interno perché tema principale lo fa l’insieme, l’esperienza unica del viaggio come ripescaggio delle sensazioni primordiali dell’uomo contemporaneo. Il volume si compone di sovrapposizioni di immagini, ognuna rappresentante una materia diversa e dunque evocanti sensazioni tattili, olfattive e visive divergenti eppure qui obbligate al confronto. Le dimensioni delle immagini si alternano senza logica nella più totale noncuranza dell’oggetto rappresentato. Il particolare tattile, ad esempio, della contorsione di corpi statuari marmorei su un’intera pagina contro il piccolo formato dell’immagine che ritrae l’ampio respiro di una strada di montagna.

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Poi d’improvviso su due pagine si apre il focus di un’esplosione non meglio definita in bianco e nero per ritornare, voltando pagina, alla nitidezza della più piccola foto di una chiesa, cui succede la sagoma di una donna cancellata in volto dal gettito di una luce fortissima. I colori si affiancano e si sovrappongono a immagini in bianco e nero, così la definizione alle sbavature, i soggetti tattili a quelli visivi, il tutto in una libertà estrema. Libertà di formato, di posizionamento nella pagina e di sovrapposizione nell’altra: non ci sono limiti. È la liberazione da qualsiasi forma di costrizione, è lo sforzo contemporaneo di riappropriazione di concessioni dimenticate, istintuali, ancestrali, attraverso il nonsense della nostra conoscenza prima, quella sensibile.

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